Andrà tutto bene se non torniamo alla normalità, perchè la normalità era il problema!

Da quando è iniziata la quarantena forzata in Italia, sono sorti moti di solidarietà, campagne sociali colme di positività, striscioni appesi ai balconi, hashtag motivazionali e ogni sorta di iniziativa all’insegna della retorica del “ce la faremo”.

Tutto ciò è nato per opporsi al sentimento che invece è prevalso prima dei decreti più severi: la paura. Quella che ha causato un esodo di massa dalle zone rosse, quella che ha portato le persone a saccheggiare i supermercati, convinte che stessimo per cominciare un letargo lungo un’era geologica, quella di cui tutti siamo stati testimoni, se non proprio partecipi, all’inizio della pandemia.


A tre settimane dall’inizio della quarantena gli striscioni decorati con arcobaleni e con l’utopistica frase “Andrà Tutto Bene” forse stanno incominciando a sbiadire insieme all’idea di essi: non si esce più sui balconi a cantare, non c’è più quell’impellente bisogno di manifestare una positività e una fiducia nel futuro che forse nessuno ha mai avuto ma che serviva per esorcizzare la gravità di quanto stava accadendo .
Non sembra, ma i giorni sono passati e con essi si è trasformato il sentire comune: si intravede adesso come ci stia facendo da padrone (a noi che di padroni non ne vogliamo) la rabbia.
Sappiamo che siamo senza lavoro, che senza lavoro non abbiamo soldi e che senza soldi non potremo pagare l’affitto e fare la spesa. Questo ci porta a riflettere su quale sia il ruolo e il valore degli individui nella nostra società: sei utile solo se lavori e solo se ti puoi mantenere; altrimenti diventi un peso, e vieni lasciato solo.


La tragicità della crisi economica che questa emergenza sanitaria ha innescato, si sta già manifestando: basta guardare le notizie degli ultimi giorni che raccontano di famiglie ridotte alla fame, costrette ad appostarsi fuori dalle banche per chiedere la carità e dei numerosi clienti ai supermercati che, arrivati alla cassa, sostengono di non avere soldi a sufficienza per pagarsi l’essenziale per poter vivere.
Il blocco delle attività lavorative per lavoratori autonomi, precari e in nero provoca difficoltà non risolvibili autonomamente dai datori di lavoro e non risolvibili nemmeno con i 25 miliardi stanziati dal governo nel decreto Cura Italia.
Per quanto sappiamo che la situazione sia senza precedenti e richieda fondi che non sembrano esserci, riteniamo che le misure pensate non siano assolutamente sufficienti per tutelare tutti e tutte.


E’ possibile pensare ad una soluzione più diretta ed efficace, che raggiunga tutte e tutti, a prescindere dalla situazione lavorativa precedente: elargire liquidità ai cittadini tramite il reddito di quarantena.
Quest’ultimo provvedimento vede d’accordo nella richiesta numerosi partiti ed esponenti politici, anche appartenenti a fronti opposti; ci vuole poco a comprendere le problematicità dei provvedimenti presi fino ad ora, non basta anticipare la cassa integrazione, non basta il bonus di 600 euro a lavoratori autonomi e non basta nemmeno il reddito di cittadinanza, perchè una grossa fetta di popolazione rimane dimenticata dallo stato. Gli aiuti promessi finora riguardano solo alcune categorie di lavoratori, ignorando completamente i contratti di stage e tirocinio e tutto il mondo del lavoro in nero, che toccano principalmente i giovani e i lavoratori del Sud Italia, categorie già economicamente fragili.
Il reddito di quarantena dovrebbe chiamare all’azione sia i governi nazionali, sia l’Unione Europea, che attualmente sembra star fallendo nel coordinare i singoli provvedimenti e nel tutelare i più deboli. Non si tratta di un piano d’azione assistenzialista, come a qualcuno piace credere: si tratta di chiedere ai governi di garantire il minimo di sussistenza ai propri cittadini in un momento in cui un’emergenza sanitaria sta bloccando le economie ed è in atto un’inevitabile recessione, per il nostro e per molti altri paesi.


E’ questo il momento esatto per reinventare i modelli politico-economici che hanno inasprito le disuguaglianze, hanno danneggiato l’ambiente e ci stanno dando chiaro segnale di essere al collasso:
in caso ciò non dovesse accadere e i governi dovessero continuare a pensare alle tasche delle grandi imprese allora le paure delle rivolte popolari sono ben fondate.


Siamo al centro di un evento storico che porterà un cambiamento, sia esso negativo o positivo.
E no, molto probabilmente non andrà tutto bene, a meno che la gestione dell’emergenza non includa misure sociali per gli ultimi.

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