Dobbiamo davvero scegliere tra salute e lavoro?

In queste ultime settimane abbiamo assistito a un crescente accanimento, da parte dei principali mezzi di informazione, telegiornali, giornali, talk show e dai singoli cittadini, verso i cosiddetti runners. Le persone che effettuano sport all’aperto, anche se in solitario e nonostante siano autorizzate dal decreto (che tutt’ora prevede la possibilità di fare esercizio fisico nei pressi della propria abitazione), sono diventate il principale capro espiatorio di questa pandemia, definite “untori” trasversalmente dalle televisioni ai social network, con un livello di accanimento vertiginoso.

Questa isteria collettiva colpevolizza il comportamento dei singoli cittadini e distrae dalle reali responsabilità politiche della gestione dell’emergenza. Come se le dimensioni del disastro in cui ci troviamo dipendessero prevalentemente o addirittura esclusivamente dai comportamenti “irresponsabili” degli individui, e non dei tagli alla sanità, dalle precedenti privatizzazioni, dai tamponi centellinati e dal fatto che a tutti i costi si tengano aperte le fabbriche di produzioni non essenziali.


Il governo nonostante le stringenti misure applicate sull’intero territorio Nazionale ha mantenuto per più di due settimane aperta ogni sorta di attività produttiva, comprese quelle nelle zone più colpite come Bergamo e Brescia. Secondo una stima della Camera del Lavoro, solo nell’area di Milano i lavoratori impiegati in settori non essenziali che la scorsa settimana erano ancora costretti a recarsi al lavoro erano circa 300 mila.
Ha fatto molto scalpore sui social l’immagine di due mappe a confronto, quella relativa ai contagi da Coronavirus sovrapposta ad una mappa che mostra la concentrazione delle medie aziende manifatturiere italiane. La sovrapposizione tra i punti nevralgici dei contagi e le aree ad alta concentrazione di fabbriche è evidente agli occhi di tutti e tutte.


Secondo il Presidente dell’Ordine dei medici di Milano Roberto Carlo Rossi : «Mandare avanti la produzione è stato un gravissimo errore, dobbiamo chiudere tutto, lasciare aperto solo chi produce beni alimentari, prodotti per la salute e l’igiene».
Con la conferenza stampa del 21 marzo del presidente Conte sembrava che qualcosa si fosse mosso, che le suppliche delle tante persone costrette ancora a lavorare fossero state ascoltate. Conte aveva annunciato un’ulteriore stretta e uno stop alle fabbriche e alle produzioni non essenziali, ma tra la diretta streaming di sabato e la firma del decreto domenica, qualcosa è cambiato. I sindacati denunciano «Sabato avevamo trovato un accordo con il governo. Poi domenica, mentre aspettavamo che uscisse il decreto, sono cominciate a circolare voci sull’allargamento della lista». Dovevano chiudere tutte le attività non indispensabili, ma ha chiuso ben poco; anche sotto le pressioni continue e non nascoste da parte di Confindustria. Secondo una stima preliminare sono ben 12 milioni i lavoratori dipendenti considerati essenziali. Un’altra stima dell’IRES (il centro studi Cgil) dell’Emilia Romagna sostiene che sono oltre 800 mila le imprese rimaste aperte, ovvero il 39,9% sul totale delle imprese monitorate a livello nazionale.


Pare evidente come si preferisca non rinunciare alle logiche di profitto, alimentando questa epidemia e condannando milioni di lavoratori a dover scegliere tra salute e lavoro, tra reddito e ricatto.
Sono sempre di più i lavoratori che si organizzano e scelgono di scioperare. Come i lavoratori di Amazon di Torrazza Piemonte che in 900 su 1800 hanno incrociato le braccia e si sono rifiutati di lavorare, dichiarando: «La sospensione dell’attività durerà fino a quando Amazon non ridurrà le sue produzioni, non metterà in vendita solamente i prodotti indispensabili e non si adeguerà alla tragedia che sta vivendo il nostro Paese». I Sindacati annunciano scioperi in più settori, da quello dei metalmeccanici alla logistica, per quanto riguarda il nostro territorio e le aree limitrofe, sono in sciopero i lavoratori degli stabilimenti Avio Aero di Rivalta e di Borgaretto con una adesione di oltre il 90%. Numerosi altri lavoratori e lavoratrici programmano uno sciopero per richiedere la chiusura delle attività non essenziali, in alcuni casi la riduzione delle produzioni e ovunque si chiede a gran voce la garanzia di dispositivi e norme di sicurezza per la salute di tutti e tutte.


In questa emergenza la storia si ripete, il profitto rimane una priorità a discapito dei diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: