In una società razzista

In a racist society, it is not enough to be nonracist.
We must be anti-racist.

(Angela Davis)

Si sta parlando molto della morte di George Floyd, un afroamericano fermato per strada a Minneapolis e ucciso da un poliziotto durante il “fermo”. Purtroppo questa notizia non ci sorprende: siamo ormai abituati alla violenza della polizia statunitense verso gli afroamericani, che sistematicamente vengono considerati colpevoli fino a prova contraria, incarcerati per qualsiasi reato minore e uccisi durante controlli di routine. Non sono mai casi isolati: basti pensare, in queste ultime settimane, al poliziotto del dipartimento di Rancho Cordova che in strada ha preso a pugni un ragazzino afroamericano ‘sospettato di spaccio’, ed è stato difeso dai superiori in quanto ha soltanto svolto il suo lavoro.

Tuttavia la violenza bianca sui corpi neri non si limita alla violenza poliziesca, e non si limita agli Stati Uniti.

Quando accadono questi episodi, la cui brutalità è davanti agli occhi di tutti, si torna a parlare di razzismo, ci si commuove, si condanna la società statunitense e poi ce ne si dimentica. Ma gli attacchi fisici ai corpi neri sono solo la punta visibile di una piramide del razzismo che si regge su discriminazioni molto più vaste, diffuse e ormai normalizzate.

Il suprematismo bianco é un sistema di razzismo strutturale che privilegia le persone bianche a livello sia individuale che collettivo: nell’accesso alla sanità, all’educazione, nell’ottenimento di un posto di lavoro, nell’accesso agli spazi pubblici e a buone condizioni abitative, la pelle è un fattore determinante. Negli Stati Uniti questo sistema ci sembra forse più evidente a causa dei frequenti omicidi di afroamericani, delle politiche esplicitamente razziste di gruppi di estrema destra e della forte razzializzazione dei problemi sociali.

Tuttavia il razzismo sistemico é ugualmente presente nella società europea: è da qui che è storicamente cominciata la conquista degli altri continenti, lo sfruttamento delle popolazioni native, il saccheggio delle loro risorse naturali e della loro forza-lavoro attraverso il sistema schiavistico. Non possiamo puntualmente commuoverci per #GeorgeFloyd, e poi autoassolverci perché ‘fortunatamente da noi non è così’.
Ovviamente da noi non è esattamente così, perchè ogni Stato ha una sua storia coloniale e un’evoluzione diversa del proprio rapporto con le minoranze etniche. Ma anche da noi, in Europa e soprattutto in Italia, esiste un razzismo sistemico, sia a livello istituzionale che sociale. Anche da noi emerge la punta della piramide, con le immancabili aggressioni razziste a danni di corpi neri; l’episodio che ha fatto più scalpore è stato forse l’attentato di Luca Traini a Macerata. E anche da noi il resto della piramide privilegia nel corso della vita chi ha la pelle chiara: la nostra società è ‘a misura di bianco’.
Parlare di privilegio bianco non significa in alcun modo negare le difficoltà che anche i bianchi si trovano ad affrontare: significa però che il colore della pelle non è uno dei fattore che creano le difficoltà. Ci sono infatti molti altri privilegi che si intrecciano (come quello di un buono status socioeconomico, di essere di genere maschile, di avere un orientamento eterosessuale, di avere un corpo abile..), ma il privilegio bianco è probabilmente il più resistente lungo la storia.

In quanto italiani dovremmo innanzitutto conoscere il nostro passato coloniale, riconoscerne l’oscenità e prenderne atto. Dovremmo smetterla di pensare che solo perché non votiamo Lega o non insultiamo una persona non bianca sul pullman siamo brave persone e non dobbiamo preoccuparci del razzismo nella nostra vita. Se siamo bianchi abbiamo un privilegio, che lo vogliamo o no, e siamo parte del sistema di oppressione. Non è certo una questione di ‘colpa’, nessuno sceglie come nascere; però dobbiamo prendere atto della nostra posizione nella struttura, e sentirci responsabile per l’oppressione di chi si trova in altre posizioni. Dovremmo metterci in ascolto verso le esperienze di chi subisce la discriminazione ogni giorno sulla propria pelle, non giudicarne i toni e credere ai loro punti di vista, senza voler insegnargli ‘che tono usare per non dare fastidio’ o ‘come dovresti essere più pacifico, con la rabbia e la violenza non si ottiene nulla’.

Per secoli i bianchi europei hanno sottomesso, sfruttato e ucciso le altre popolazioni, e ancora oggi, con forme diverse, continuano a farlo. Le rivolte di Minneapolis non dovrebbero né stupirci né sembrarci esagerate: sono la reazione di una minoranza da sempre discriminata e silenziata che fa sentire la propria rabbia.

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