Proteste negli Stati Uniti: cosa sta accadendo?

Dal 26 maggio, all’indomani della morte del cittadino afroamericano George Floyd, gli Stati Uniti sono stati scossi da numerose e violente proteste. Migliaia di arresti, coprifuoco notturno in numerose città, schieramento della Guardia Nazionale (riservisti) per sedare le rivolte. Ma quali sono i motivi che stanno portando centinaia di migliaia di manifestanti in piazza in tutto lo stato federale americano?

La violenza poliziesca è sicuramente ciò che ha scoperto il vaso di pandora. Da giorni circolano le immagini del brutale omicidio di Floyd e delle violenze commesse sui manifestanti, oltre a ritornare alla memoria precedenti omicidi noti o meno (per esempio, proprio oggi si parla di Manuel Ellis, ucciso nello stato di Washington dalla polizia lo scorso tre marzo). Dobbiamo tener conto che il chiaro abuso subito da Floyd, se non fosse stato videoregistrato, sarebbe stato declassato a semplice complicanza medica come riportato nel verbale degli agenti. L’abuso di potere e i metodi brutali della polizia statunitense sono noti in tutto il mondo, mentre l’opinione pubblica americana non è ancora completamente d’accordo sul definire regole ben precise riguardo al comportamento a cui le forze dell’ordine dovrebbero attenersi. Questo fa si che, sicuri di un certo sostegno popolare e di facili scudi penali, gli agenti sfoghino il loro potere come meglio credono e spesso, purtroppo, commettendo violenze inaudite.
Altra causa evidente è il razzismo di cui è impregnata la società a stelle e strisce. Un problema col passato mai risolto, che ha portato nei decenni allo svilupparsi di veri e propri ghetti nelle periferie delle grandi città, dove il crimine e la droga sono la normale conseguenza del precario sviluppo di un ceto povero in uno stato fortemente liberale. Tutto ciò non fa che alimentare il substrato su cui il razzismo fiorisce, creando stereotipi negativi sulle persone di colore (afroamericani, latinos, etc.). È questa la dialettica che sfrutta l’ala più populista dell’establishment repubblicano, di cui Trump è solo la punta dell’iceberg, ed è su questa visione della società che agisce chi il potere lo esercita nelle strade, ovvero la polizia. La morte di George, però, non è un’epifania per la società statunitense, che scopre per la prima volta la natura razzista e violenta di sé stessa e delle proprie forze dell’ordine. Se pensiamo ai fatti di Watts o alla rivolta di Los Angeles, fino all’omicidio di Michael Brown, la storia recente degli USA è costellata di rivolte causate dai motivi fini qui descritti. Ma com’è possibile che tutta la nazione si stia mobilitando in massa?
La terza causa, tanto implicita quanto certa, è che gli Stati Uniti sono uno dei paesi più colpiti dall’epidemia di covid-19. Non solo, come in Italia, il virus sta svelando la profonda differenza in termini di salute e possibilità di vita tra ricchi e poveri (guarda caso la comunità afroamericana è quella che conta più contagi). Ma la pandemia sta portando ad una recessione globale in un momento pessimo dell’economia statunitense. Nonostante il progressivo aumento della crescita, gli strascichi del 2008 hanno portato a creare un’altra bolla debitoria che la recessione farà quasi sicuramente scoppiare. I moti che stiamo osservando in questi giorni, seppur fortemente legati alle prime due cause citate, sono espressione del malessere causato dalla crisi economica che si sta prospettando ed in qualche modo già colpisce gli strati più poveri. Viene quindi difficile stigmatizzare determinati comportamenti. Se la vetrina rotta o il saccheggio sono facile fonte di sdegno, bisogna contestualizzare l’atto in sé nel contesto della protesta e delle sue cause. Non può essere valutato singolarmente (e quindi negativamente), ma in un’ottica di sfogo di una popolazione fortemente repressa socio-economicamente che ritiene giusto riappropriarsi di una ricchezza che per anni le è stata proibita.
Anche gli scontri di piazza sono difficili da condannare. La nostra avversione alla violenza non contempla meccanismi sociopolitici complessi come la rabbia popolare e l’esclusività della violenza in mano dello Stato. Quello che è sicuro è che, per questioni elettorali o di destabilizzazione dell’ordine democratico, c’è interesse sia da parte dei democratici sia di altri attori esterni di non condannare come ci si aspetterebbe queste azioni, ma di dare legittimità a queste proteste che si stanno diffondendo in tutto il mondo. Al di là degli interessi altrui, se si riuscisse a organizzare le sommosse, dato il vasto consenso dell’opinione pubblica globale, si potrebbero portare a casa dei risultati come anche solo delle leggi di tutela contro gli abusi della polizia.

È difficile che queste sommosse possano diffondersi in Italia, in cui comunque c’è una sensibilità maggiore rispetto ad oltreoceano sull’argomento sia del razzismo che della violenza poliziesca (ma non per questo sono problemi non gravi). Anche la gestione covid è diversa dagli USA dal punto di vista dell’opinione pubblica, con il nostro premier che, a differenza di Trump, ha saputo, almeno a parole, tenere unito il Paese passando l’idea di un esecutivo capace di tutelare la salute a scapito del profitto (poi sappiamo che ciò non è vero ed abbiamo già scritto delle numerose criticità).
Il comun denominatore, però, esiste. È quello della recessione economica, che si preannuncia enorme e globale, e per cui non si è affatto sicuri di riuscire a rimediare con gli strumenti che l’unione europea sta mettendo in campo. Se gli aiuti dovessero fallire, però, non si esclude che tumulti di varie forme possano scuotere il nostro Paese come l’Europa intera.

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