STATUE, COSA RAPPRESENTANO?

Ferve ormai da giorni un’ampia discussione intorno al destino di monumenti rappresentanti personaggi celebri che portano con sé, però, enormi contraddizioni nella società odierna.
Stiamo parlando, in Italia, della statua di Indro Montanelli: giornalista le cui doti sono ora note ai più, pecca di aver compiuto e soprattutto rivendicato atti sessisti e razzisti, che già all’epoca erano visti di mal occhio nel continente europeo. Basti pensare che, pochi anni dopo quel triste evento, sarà il regime fascista stesso – non proprio il più illuminato in termini di diritti sociali – a vietare il madamato, anche se nulla c’entrava il rispetto verso il genere femminile. Oppure la statua di Vittorio Emanuele III, Re d’Italia durante tutto il primo ‘900, che tra guerre coloniali, mondiali e fascismo, oggi lascia poco ai posteri di sé stesso in termini positivi.
Ma anche nel resto dell’Europa e del mondo si è sollevato un intenso dibattito su alcuni monumenti. Pensiamo alla statua di Edward Colston, finita nel fiume che attraversa Bristol. Colston era un ricco mercante e un caritatevole benefattore verso la sua città, peccato traesse guadagno anche dalla tratta di schiavi tra Africa e Americhe. In Belgio sono state vandalizzate e rimosse alcune statue in onore di Leopoldo II, re belga, colpevole di aver permesso il massacro della popolazione congolese ed aver sottratto loro le ricchezze del luogo. Ad oggi la repubblica democratica del Congo è uno dei Paesi più poveri del mondo. Le proteste hanno perfino convinto il sindaco di Londra a rimuovere preventivamente alcune statue prima che fossero distrutte, come quella di Robert Milligan, altro mercante di schiavi.
Negli Stati Uniti, Paese dal quale è partita l’ondata di vandalizzazione a causa dell’omicidio razzista di George Floyd, sono state demolite le statue di Jefferson Davis e Cristoforo Colombo. Il primo fu presidente degli Stati Confederali durante tutta la guerra civile americana, e quindi è espressione di chi ha combattuto, anche, per mantenere la schiavitù nei campi del sud degli Stati Uniti. Il secondo, noto a chiunque, è colpevole di rappresentare l’inizio dello sterminio dei nativi americani (sia nord che sud America) e dell’egemonia europea su quei territori.
Non è che da un giorno all’altro è nato un innato odio verso certi personaggi – se si approfondisce si noterà come i monumenti sopra citati siano da anni nel mirino di petizioni e proteste – ma l’ondata simultanea di vandalizzazioni ha subito diviso l’opinione pubblica tra favorevoli e contrari. C’è chi vede questa pratica utile alla causa e chi, invece, inorridisce e grida al revisionismo storico, associando questi eventi a quelli degli estremisti islamici che distruggono le opere occidentali e cristiane nei paesi che occupano (salvo poi rivenderle nel mercato nero a caro prezzo). Addirittura, sono nate provocazioni che metterebbero sullo stesso piano le statue contestate e quelle degli imperatori romani, rimarcando che Roma si basava su una società schiavista.
Premettendo che non si possono considerare nel dibattito opere antiche, medioevali e dell’età moderna. La discussione riguarda i messaggi indotti dai monumenti stessi, che esistono solo quando c’è un nesso ancora vivo tra il personaggio e la comunità che lo celebra. Questa condizione, chiaramente, non sussiste per gli imperatori romani come per i faraoni egizi, i cui sarcofagi sono ammirati dal mondo intero nonostante governassero una società schiavista.
Il punto non è la riscrittura della storia: e le provocazioni a riguardo non hanno alcun senso. Perché il vero oggetto di contesa è lo spazio pubblico come luogo in cui una comunità civile costruisce sé stessa attraverso una lettura (spesso invenzione) del passato, e indica una via verso il futuro. La vandalizzazione stessa non è, quindi, volta a cancellare il passato, operazione giustamente temuta. Si dovrà convenire che tenere su un piedistallo nella piazza (centro della polis e dunque luogo politico per eccellenza) un personaggio significa indicarlo come modello di virtù civili. È l’equivalente civile della santificazione. Oggi, chi combatte contro il razzismo e il sessismo non può più tollerare che nella propria società si dia pubblicamente e monumentalmente legittimità a personaggi che hanno compiuto e rivendicato atti ripugnanti. Per quanto storicamente accettabili, non rappresentano ciò che vogliamo essere e per questo le piazze non sono il loro posto. Non si sta combattendo per il passato ma per il futuro.
Dunque, la risposta più saggia per le statue controverse dell’8-900 è la loro musealizzazione. Nei musei possono e devono vivere come documenti di una storia che non si cambia: qui i cittadini possono e devono conoscerle, fin dalla scuola. Ma le vie e le piazze sono, per fortuna, ancora luoghi di conflitto, e i loro piedistalli (come le loro intitolazioni) sono nodi del discorso pubblico che costruisce la via verso il futuro. L’ultima cosa che dobbiamo fare è usare l’arte e la storia contro la giustizia e l’eguaglianza.

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