Un passo indietro sull’aborto

In questi giorni abbiamo assistito all’ennesima ingiustizia perpetrata contro le donne: il 10 giugno la Giunta regionale umbra, guidata dalla governatrice leghista Donatella Tesei, ha approvato una delibera, proposta dall’assessore alla Sanità Luca Coletto, con cui viene definitivamente abrogata la sperimentazione dell’IVG farmacologica in day hospital. Da adesso in avanti, le IVG farmacologiche dovranno essere effettuate in ricovero ospedaliero di 3 giorni. Questa decisione rappresenta un profondo arretramento in campo medico-sanitario e di diritti sociali.

Nel 2018, la decisione della giunta umbra aveva stabilito l’opportunità di somministrare la pillola abortiva RU486 in regime di ricovero in day hospital, introducendo la sperimentazione con la possibilità di abortire entro la settima settimana di gravidanza e con la richiesta agli ospedali di organizzarsi per la somministrazione in day hospital o addirittura in assistenza domiciliare. Ora sta avvenendo la retromarcia.

Il senatore umbro e commissario della Lega Perugia Simone Pillon ha dichiarato: “Da oggi gli interventi dovranno essere effettuati, come previsto dalla legge, in regime di ricovero ospedaliero, evitando che la donna sia di fatto lasciata completamente sola anche davanti a eventuali rischi, come emorragie, infezioni o altre gravi complicanze” mostrando ancora una volta di ignorare le richieste e i bisogni delle donne, che dovrebbero avere la libertà di poter scegliere autonomamente se effettuare un aborto farmacologico o essere ricoverate.

In periodo di Covid, in cui la permanenza in ospedale dovrebbe essere nettamente ridotta, l’ignoranza che permane dietro alle pratiche di IVG viene smascherata per l’ennesima volta, dal momento che i rischi per la donna di incontrare complicanze dopo un aborto farmacologico sono nettamente più bassi (prossime allo zero) rispetto ai rischi di contrarre il virus durante un ricovero di ben 3 giorni. Inoltre i rischi di eventuali complicanze di un aborto farmacologico praticato in day hospital e uno praticato in ospedale sono le medesime non dipendono dal luogo in cui è effettuato. La legge italiana propone delle semplici linee guida, ma è la Società di Ostetricia e Ginecologia di ciascuna regione a delineare i procedimenti migliori e meno rischiosi per le donne. La SIGO, una delle più importanti società di ostetricia e ginecologia, aveva già chiesto durante l’emergenza sanitaria che la RU486 si potesse somministrare senza ricovero ed auspicando anche il passaggio da sette a nove settimane per poter richiedere l’aborto farmacologico.

L’Italia è ancora molto disallineata rispetto alle direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altri Paesi Europei, dove la pillola RU486 può essere dispensata in regime ambulatoriale per venire incontro alle donne che non possono permettersi di richiedere più di un giorno di assenza dal lavoro ed alleggerire il lavoro dei medici negli ospedali pubblici. L’Italia è tra i pochi Paesi che chiede il ricovero per legge della donna che voglia abortire. La pillola RU486 è arrivata in Italia ormai 11 anni fa e oggi, nonostante si tratti della pratica meno pericolosa e invasiva a cui ricorrere, rappresenta solo il 18% delle IVG in Italia, una percentuale ancora molto bassa rispetto ad altri Paesi europei: in Francia la percentuale è del 60%, in Svezia è del 95%.

La regione Umbria non rappresenta un caso isolato. Al momento solo in alcune regioni (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Puglia, Lazio, Liguria, Lombardia) è previsto il regime di day hospital. Ci sono regioni, come la Sicilia, in cui la RU486 non è ancora arrivata. Il farmaco quindi non è acquisito nel sistema sanitario regionale.

È assurdo che nel 2020 la libertà di scelta delle donne sia ancora così profondamente ostacolata. Lo dimostra anche la campagna che ha lanciato pochi giorni fa l’associazione Provita & Famiglia Onlus, secondo cui “eliminare un figlio non cancella la ferita di uno stupro” e che il bambino “non ha colpe”, diffondendo l’immagine di due ecografie identiche accompagnate dalla frase “Quale dei due è stato concepito dopo uno stupro?”. Questa campagna si spinge addirittura a parlare al posto delle donne che hanno subito una violenza. Anche questa è cultura dello stupro, anche questo è maschilismo. Serve dire, una volta per tutte, che il corpo delle donne è delle donne.

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