Infermieri e Covid19 : dimenticati e abbandonati

Miriam fa l’infermiera all’ospedale di Susa. Fa il suo lavoro con passione. Il coronavirus l’ha colpita, ma per fortuna senza conseguenze. Il suo racconto mette in luce tutta una serie di pericolose superficialità.

E’ una sera di metà marzo. Smonto da un turno lunghissimo e pesante, arrivo a casa, mi preparo da mangiare. Da sola. Da quando ha iniziato a circolare il Coronavirus ho allontanato tutti per evitare di essere fonte di contagio. Lavorando come infermiera in un ospedale penso che le precauzioni non siano mai troppe. Non la pensano così quelli che danno ordini dall’alto però, perchè ci chiedono di non indossare mascherine per non spaventare i degenti. E comunque le mascherine non si trovano, così come sembra impossibile reperire disinfettanti.
Mentre cucino non sento profumi, non sento gusti. Mi preoccupo. E’ dalla fine di febbraio che all’ospedale di Susa arrivano casi di Covid. Per fortuna non tantissimi, non siamo come a Bergamo, certo. Però chi sta male sta male davvero. Ho paura e comunico subito la mia sensazione al capo del personale.
Mi ricoverano per le solite analisi di rito ma non mi fanno il tampone. A parte la perdita di gusto e olfatto non ho altri sintomi, quindi non rientro nei parametri. Eppure io lavoro a stretto contatto con colleghi e pazienti. Non sarebbe male qualche precauzione in più, dico. Mi rispondono di non rompere le scatole.

Scrivo una mail alla direzione generale, spiego i miei sintomi, spiego la mia situazione, li avverto che non voglio essere responsabile nella diffusione del contagio. Insisto, minaccio di procedere per vie legali. Quando sentono la parola “avvocato” procedono subito, ma intanto da quella sera di marzo sono passati quindici giorni, durante i quali ho lavorato ininterrottamente.
Finalmente mi fanno il tampone. E’ un venerdi. Durante il weekend nessuno mi comunica nulla. Il lunedì mi presento al lavoro. Mi cambio, comincio a lavorare. Nessuno mi dice niente. Solo quando insisto per sapere la risposta, finalmente mi danno l’esito del tampone. Positivo. Non dovrei essere qui, mi dicono. Potevano dirmelo prima, prima di prendere servizio. Tornando a casa mi chiedo se avranno disinfettato tutto. Penso alla poveretta che arriverà a sostituirmi.
Non mi resta che chiudermi in casa. Per un mese e mezzo e per ben tre tamponi di fila risulterò positiva. Contatto subito la SISP, con l’intenzione di comunicare la mia situazione. Nessuna risposta. E nessuno, in un mese e mezzo, si è mai degnato di contattarmi.
Ho tempo di macinare tutta la rabbia per un sistema che già era in difficoltà prima e che adesso, in piena emergenza, mostra tutte le falle. Scrivo alla direzione generale per denunciare come si è svolta l’intera procedura. L’assenza di protezioni all’inizio, le mascherine che dovevamo tenere anche per tre o quattro giorni perchè non ce n’erano altre, la superficialità con cui le alte sfere hanno gestito la questione, l’indifferenza davanti alle mie proteste.
Sono un’infermiera della vecchia guardia, mi hanno insegnato che la cura e la protezione del paziente vengono prima di tutto. Per questo ho insistito, per questo ho preteso che si fosse fatta chiarezza. Per non infettare nessuno, per non provocare danni a qualche anziano che arrivava nel mio reparto. Per tutti quei nonni, quelle nonne, quegli amici che si ammalavano e morivano.
Avevo paura per me e paura per loro.
Dalla direzione generale, riguardo alle mie rimostranze, qualche tempo dopo arriva una risposta. Un panegirico poco chiaro che si può sintetizzare in quattro parole: non rompa le palle.
Il mio non è soltanto uno sfogo, è un monito. Se capiterà di nuovo, se ci troveremo di nuovo in una situazione analoga e il personale sanitario, dopo anni di tagli e di incompetenza, di superficialità e di interessi economici sarà di nuovo mandato allo sbaraglio, ci ritroveremo di nuovo nel giro di un paio di settimane con l’epidemia che si diffonde a macchia d’olio. La dissoluzione di un sistema sanitario che funzionava bene ha prodotto migliaia di contagiati e di morti. D’altro canto, non siamo più un unità sanitaria, ma una azienda, giusto? Quindi non conta più niente il servizio alla persona, conta il profitto che si ricava.

Ebbene, che questa mia testimonianza serva e si prendano provvedimenti oggi. Domani non ce ne faremo nulla delle medaglie e della retorica di circostanza.

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