IL BRACCIO SEMPRE PIU’ VIOLENTO DELLA LEGGE

Esistono da sempre strani parallelismi nella storia dell’uomo. Coincidenze che accadono simultaneamente per aprirci la mente. Una lente di ingrandimento per mettere in evidenza le cellule impazzite della nostra società.

Il covid, poi, è stato ed è una lente di ingrandimento gigantesca che ci ha permesso di scorgere nel dettaglio a quale livello di disumanità siamo arrivati. In campo sociale, psicologico, economico, politico e sanitario.
Due fatti si sono verificati questa settimana. Lontani, distinti e diversi, eppure legati da un sottilissimo filo di paranoia, sopruso, violenza e isteria.


Il primo. Dopo mesi di forsennato delazionismo dai balconi, con i droni a caccia di innocui e solitari ribelli sui sentieri e sulle spiaggie, lo stato si inventa delle nuove figure professionali di cui sembra non si possa fare a meno in tempo di pandemia: l’assistente civico. Poi, figure professionali per modo di dire. Almeno fossero pagati. No. Pure volontari Devi farlo gratis. Devi rischiare la faccia e la dignità senza percepire un euro. Chi ha proposto tutto questo evidentemente sta cavalcando un malessere fatto di manie di controllo, caccia all’untore e panico da attacco batteriologico che la pandemia ha ingigantito complice anche una pessima informazione.

Bene, mentre in Italia cresce la voglia di diventare giustizieri della notte e del giorno, della movida e dei runner, ecco il secondo fatto: a Minneapolis un uomo di colore di 46 anni viene soffocato, durante un fermo, da un agente di polizia che gli preme il ginocchio sulla gola fino a soffocarlo.
George Floyd è l’ultimo di una serie infinita di esseri umani uccisi da una polizia che non sa cosa sia la giustizia, la correttezza, l’umanità, il senso civico, la responsabilità, l’ordine.
George Floyd è l’ultimo di una serie di abusi in divisa che soltanto da qualche anno (e dal film su Cucchi che per fortuna ha avuto ampia visibilità) abbiamo cominciato a riconsiderare.


Ma gli abusi non sono solo quelli che culminano con l’omicidio di turno. Sono le migliaia e migliaia di multe emesse a caso, contravvenzioni elevate a persone che accompagnavano famigliari in ospedale, dottori e infermieri che stavano rientrando da turni massacranti, fattorini che avevano la colpa di essersi attardati nella tabella di marcia. Senza contare le miriadi di poveri cristi che hanno avuto il torto di portare a pisciare il cane cinquecento metri troppo lontano da casa.


Ripeto, si tratta di due fatti lontani e distinti. Eppure entrambi si muovono da un principio simile. Il senso di incommensurabile paura che il potere continua a insinuare nelle menti di un popolo che sembra faccia sempre più fatica a pensare con la propria testa. Ne nasce una violenza fisica e psicologica che viene vieppiù legittimata (come viene legittimato sempre più il razzismo, il sessismo, l’omofobia), con la scusa che occorre riportare l’ordine laddove potrebbe regnare il caos.
Più si semina instabilità, sfiducia, terrore, più il cittadino chiede controlli. Ci insegnano fin da piccoli a non fidarci. Figuriamoci con un epidemia in corso. Diventiamo sceriffi da balcone e allo stesso tempo, reclamiamo ancora più restrizioni alle nostre libertà. Ancora più droni sulle nostre teste, ancora più pattuglie per le strade (bisogno che spiega l’aumento di vendita di armi, di polizze assicurative e di sistemi di allarme e che ha alimentato forsennatamente la corsa ai guanti, alle mascherine, all’amuchina). Come se questo bastasse a fermare l’epidemia.


Quello di cui abbiamo paura non è il contagio. E’ il prossimo. E’ il vicino di casa. L’altro. Quello che cerca di vivere, nonostante tutto, mentre noi chiediamo di essere rinchiusi in gabbia. Siamo così terrorizzati da tutto che quasi imploriamo altre catene,multe più alte, controlli più serrati e severi.
Nel frattempo, negli ultimi anni, narrativa, cinema e fiction hanno rimpinzato il nostro tempo libero con immagini edulcorate, bonarie ed esplicitamente positive della categoria delle forze dell’ordine. Non dico che le mele siano tutte marce. Ma questa versione idilliaca del commisario o del poliziotto, supereroe buono che salva il mondo, non è così vicina alla realtà. Ci sono altre facce della stessa medaglia e dopo anni di fiction melense ci ha pensato il film su Cucchi ad aprirci gli occhi.


Davvero il nuovo sogno per le future generazioni è diventare assistente civico? Delatore autorizzato? Non voglio crederci. E a chi invece ci crede, chiedo di volgere lo sguardo verso l’America (al primo posto nella vendita di armi da fuoco), dove George Floyd è morto, schiacciato dal ginocchio di un poliziotto. E’ morto allo stesso modo di Carlo Giuliani, Aldovrandi, Cucchi e chissà quante altre migliaia di persone cadute dalle scale.
E’ morto, ammazzato da quella polizia che ci spacciano per la panacea contro tutti i mali e tutti i disordini, mentre Minneapolis adesso è messa a ferro e fuoco.
Geroge Lloyd è morto per dire a te, comune cittadino, che ci sono milioni di modi per aiutare il prossimo con empatia e amore. Senza la necessità di usare il potere o la violenza. Senza dover fare la spia, il giustiziere e il giudice. Specie se non hai le competenze per farlo. Prima di arruolarti gratis, stampati nel cervello le parole di George Lloyd: “non riesco a respirare”.

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