La didattica a distanza e i suoi limiti

La pandemia di Coronavirus si è abbattuta sulla scuola come un uragano e sono stati gli alunni italiani a farne le spese. Chiusa per prima e riaperta per ultima, sempre che si parta a settembre per tutti (persino dopo il campionato di calcio e le discoteche), racconta di un Paese che ha evidenti difficoltà a guardare al suo futuro.

La situazione non era già rosea prima di marzo 2020. Le cronache raccontano di scuole sempre a corto di fondi, anche per le spese vive di fotocopie e carta igienica, e di edifici che avrebbero bisogno di interventi seri di consolidamento. Senza contare la questione mai risolta del corpo insegnante, che a settembre sarà ancora più pesante, e quella corposa della sanificazione e della pulizia degli ambienti, stante anche il ridotto numero di collaboratori scolastici.

Le classi piccole e numerose non sono compatibili con il distanziamento fisico nella gran parte delle scuole italiane e, per questo, l’Associazione nazionale presidi e l’Anci hanno inviato al Governo una serie di contro-deduzioni al documento tecnico che indica le linee guida da seguire per il rientro a settembre.

In questo totale caos di norme impossibili da attuare, sono state fatte anche proposte al limite dell’assurdo come “ingabbiare” nel plexiglass banchi e studenti.

L’alternativa è drammatica, soprattutto per le famiglie e per le donne in particolare: la didattica a distanza. Questi mesi di lockdown hanno evidenziato come sia impossibile proseguire in questo modo.

Le ragioni sono numerose e hanno molte sfaccettature.

La più grande è sicuramente il divario di possibilità in capo alle singole famiglie, tanto che la scuola non sarebbe per tutti. Le statistiche indicano che due alunni su 10 non sono stati raggiunti dalla DAD: ragazzi che non hanno gli strumenti adatti, soprattutto tecnologici, per poter seguire le lezioni: una connessione veloce senza limiti di consumo, un tablet o un computer di dimensioni adeguate nonché uno spazio sufficientemente tranquillo e privo di distrazioni.

I limiti non sono solamente tecnici e tutto si riversa sulle spalle delle famiglie. Trattenere i bambini fino alla quinta elementare davanti a uno schermo per cinque/sei ore è di fatto un’impresa titanica e sono i genitori (le mamme, nella stragrande maggioranza) a doversi trasformare anche in insegnanti, che siano preparati o meno a farlo. I bambini non possono essere lasciati soli e le statistiche sul tasso di occupazione femminile (già basso prima di marzo) post-lockdown sono terribili. Uno studio evidenza come dopo il 4 maggio, sul totale della forza lavoro rientrata, il 72% sia composta da uomini.

Per quanto riguarda i ragazzi più grandi la questione è ancora più complessa poiché manca una parte fondamentale dell’insegnamento che è il confronto diretto. In videoconferenza non è come in classe: diverse le tempistiche e anche la possibilità di intervenire, diversa la mole di lavoro, diversi gli stimoli così come la possibilità di valutare realmente quando un alunno sia preparato. In questo caso, spesso, le famiglie non possono essere di supporto poiché prive delle competenze necessarie.

Il 2020 ha visto, di fatto, sparire l’esame di terza media. Un passo importante per i ragazzi che si affacciano alle scuole superiori. Anche l’esame di maturità è stato stravolto, eliminando le prove scritte e, almeno in teoria, compensando con una prova orale più dettagliata.

Il ritorno sui banchi di scuola è costellato, dunque, di incertezze. La didattica a distanza ha messo in luce come un divario digitale significhi, di fatto, un divario sociale. Non solo tra le famiglie ma anche tra i singoli plessi, mettendo a rischio la formazione di una parte consistente delle giovani generazioni. Questo, in barba alla nostra Costituzione, che tutela il libero accesso all’istruzione scolastica senza alcuna discriminazione.

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