Migranti, pandemie e sanatorie

Di Laura Martinelli, avvocato dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione)

L’emergenza covid-19 e le misure di contenimento hanno colpito in vario modo tutta la società. Sarebbe miope, però, non accorgersi del fatto che il lockdown ha investito soprattutto la fascia della popolazione che già in periodi di normalità vive una condizione di estrema precarietà.

I migranti privi di permesso di soggiorno sono sicuramente tra loro. Spesso descritti dalla cronaca e dalla politica come “clandestini” di cui liberarsi, di fatto, costituiscono una fetta importante della manodopera in agricoltura, nell’edilizia, nella ristorazione, nel lavoro di cura e assistenza alle persone. Migliaia sono gli stranieri, invisibili, costretti a lavorare senza un contratto di lavoro e ad accettare condizioni di sfruttamento e privazione dei diritti.

In questo periodo, come tutti si sono fermati, ma senza poter usufruire neanche di quel minimo sostegno economico fornito dalle istituzioni. Si aggiunge poi la difficoltà per chi è privo di permesso di soggiorno di accedere alle cure mediche e di potersi affidare all’assistenza del medico di base  anche in piena emergenza sanitaria.

Lo stato di eccezione vissuto in questi mesi ha portato prepotentemente alla luce i meccanismi perversi che regolano il nostro sistema produttivo in particolare nel settore dell’agricoltura dove numerosi sono i migranti impiegati. Dei lavoratori regolarmente assunti in aziende agricole circa il 25% sono stranieri, un dato che andrebbe poi completato con il gran numero di braccianti che lavora in nero, in particolare nel sud Italia, ma non solo. Circa il 60%  dei lavoratori stagionali sono cittadini europei, provenienti soprattutto da Romania, Bulgaria e Polonia. A causa della chiusura delle frontiere per la pandemia, molti sono dovuti rientrare nel Paese d’origine o non hanno potuto raggiungere l’Italia per l’inizio della raccolta.

In poche parole, i braccianti disposti a lavorare per pochi euro, con contratti precari e a vivere nelle tendopoli in condizioni spesso indegne d’improvviso si sono dileguati.

E allora, come rispondere alla domanda immediata e abbondante di manodopera? Attingendo agli ultimi tra gli ultimi ovvero ai migranti che già si trovano in Italia e pur di ottenere un permesso di soggiorno saranno disposti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro. Con quale meccanismo? La cd. sanatoria, inserita dopo infinite contrattazioni, nel Decreto Rilancio pubblicato il 19 maggio scorso sulla Gazzetta Ufficiale.

Presentata come la vittoria contro lo sfruttamento dei braccianti agricoli e come uno strumento per indebolire il caporalato e riconoscere i diritti dei lavoratori, di fatto la normativa non risponde a nessun intento solidaristico o umanitario. D’altra parte, non sono mai stati questi gli obiettive delle passate sanatorie, l’ultima delle quali risalente al 2009, opera dell’allora Ministro Maroni, in quota Lega Nord.

Ancora non sono chiare le condizioni alle quali la regolarizzazione potrà essere richiesta e maggiori delucidazioni arriveranno in settimana con la pubblicazione del decreto attuativo.

Quello che già sappiamo è che la sanatoria riguarderà solo tre comparti produttivi: agricoltura e allevamento,  assistenza alla persona (badanti) e lavoro domestico (colf).

Nel caso più generico, un datore di lavoro che vuole assumere una persona con o senza permesso di soggiorno in uno dei settori potrà farne richiesta alla Prefettura. Non sappiamo ancora però di che tipo di contratto si deve trattare né a quali condizioni dovrà rispondere il datore di lavoro per chiedere l’assunzione.

Il segreto di pulcinella: come accaduto in passato, fiorirà il mercato dei contratti di lavoro e il guadagno di quelli che da caporali rischiano di diventare veri e propri intermediari per la presentazione delle domande di regolarizzazione. Sempre in linea con le passate sanatorie, sarà dovuto un contributo iniziale a fondo perduto per la presentazione dell’istanza pari a 500 euro che dovrebbero essere pagate dal datore di lavoro per ciascun lavoratore regolarizzato ma ben sappiamo come andrà a finire.

Minimo se non nullo sarà quindi l’impatto migliorativo per i diritti dei braccianti agricoli né possiamo dire ad oggi se sarà una effettiva possibilità per una larga fetta di migranti senza permesso di soggiorno di poter avere una possibilità di regolarizzazione.

D’altra parte anche potendo accedere alla sanatoria, una volta ottenuto un permesso per lavoro questo andrà mantenuto nel tempo e per il rinnovo è richiesta la prova di un reddito annuo di almeno 6000 euro. Vista la precarietà del lavoro in campagna e la non regolarità di molti contratti di lavoro agricoli (e non solo) nei quali si dichiarano molte meno ora ore di quelle effettivamente lavorate, per moltissimi sarà difficile ottenere un rinnovo e il rischio di tornare nell’invisibilità sarà una certezza.

Un silenzio assordante circonda poi la lotta al caporalato e la garanzia del rispetto della dignità di chi lavora in campagna ed è spesso costretto a trascorrere mesi in tendopoli improvvisate, baraccopoli, in spazi angusti e privi di qualsiasi servizio igienico. Condizioni inaccettabili, a maggior ragione in piena pandemia.

L’emergenza covid-19 non ha cambiato chi comanda. Siamo ben lontani da una regolarizzazione generalizzata e che metta al centro non la produttività ma i diritti delle persone migranti, la dignità di cercare un lavoro e di lavorare senza subire ricatti, trovandosi nella posizione di forza di rifiutare situazioni di sfruttamento. Lo sciopero dei braccianti del 21 maggio per protestare contro l’insufficienza delle misure del decreto rilancio non potrà che essere l’inizio di una nuova stagione di lotte.

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