IL CORONAVIRUS AMPLIFICA LE DISUGUAGLIANZE SOCIALI

Dall’inizio della narrazione dell’”andrà tutto bene”, ci è stata venduta l’idea del coronavirus come un livellatore. Il virus non fa distinzioni tra le vittime e la quarantena è imposta a tutti, dunque in questa emergenza siamo tutti uguali.
Basta chiaramente un minimo di analisi critica per rendersi conto che, purtroppo, così non è. Le disuguaglianze sociali esistono da sempre e i periodi di crisi altro non fanno che renderle ancora più evidenti e reali. 
Questo è lampante nei paesi in via di sviluppo, dove i poveri delle grandi città – pensiamo alle baraccopoli indiane o brasiliane- vengono dimenticati, con l’unico ammonimento dell’evitare i contatti: una richiesta semplicemente assurda, in mancanza di altre misure.
Ma, seppur in grado minore, è visibile anche nella nostra società. Superficialmente, appare subito la differenza tra trascorrere la quarantena in una casa con giardino, senza preoccupazioni economiche, o in un appartamento di 30m2 in periferia, senza più entrate e possibilità di sostenersi.

Come sempre gli ultimi sono i primi a venire sacrificati davanti alla crisi: senza tetto, lavoratrici sessuali e tossicodipendenti non sono contemplati da nessun decreto, e i centri di accoglienza e le associazioni nel sociale che li seguivano sono ora chiusi o ostacolati nel proprio lavoro.
I detenuti vengono lasciati in carceri sovraffollate, con la promessa di pene alternative che vengono accordate solo a una minima parte. I protocolli sanitari non vengono rispettati né dai detenuti né dalla polizia penitenziaria, priva dei dispositivi di sicurezza, che diventa così facile veicolo di contagio dall’esterno. Peggiore ancora è la situazione all’interno dei CPR, da sempre un luogo dimenticato, dove le persone straniere si ritrovano con la sola colpa della propria nazionalità, ora più di prima privi di tutele.
Il Covid-19 ha ribadito che appartenere a una certa classe significa far parte di gruppi diversi, con diverse possibilità di accesso alla tutela del corpo. Stanno già comparendo i primi dati su come negli Stati Uniti la percentuale di pazienti afroamericani infetti sia paurosamente alta, e ancor più alta la percentuale dei morti. Si ipotizza sia dovuto a diversi fattori, tra cui il maggior utilizzo del trasporto pubblico –veicolo di contagio-, la bassa percentuale di aventi l’assicurazione sanitaria e la diffusione di alcune malattie (il diabete, le patologie cardiache e respiratorie) che rendono vulnerabili al virus – sviluppate a causa dei diversi stili di vita.
Il coronavirus sta infettando persone di tutte le origini etniche e di tutti i livelli di reddito, ma sta anche evidenziando la discriminazione sistemica nell’accesso al lavoro, alla casa e alle cure mediche.
Tenendo a mente tutto questo, appaiono assurde le multe date ad esempio ai senza tetto –colpevoli di non avere una casa-, o ai rider –colpevoli di aver bisogno di un salario. Assurde sono anche le dichiarazioni della ministra Azzolina sulla ‘scuola inclusiva’, quando in Italia si calcola che un alunno ogni tre ha seri problemi di accesso alle lezioni, per la mancanza di dispositivi o di connessione. Così a rimanere indietro sul programma saranno, ancora una volta, gli alunni che già affrontavano maggiori difficoltà o con una famiglia senza i mezzi (culturali ed economici) necessari per supplire alle mancanze istituzionali. E assurdo è dichiarare che il coronavirus e le misure di emergenza colpiscano tutti allo stesso modo.
Le disuguaglianze socio-economiche, conseguenza e base necessaria di questo sistema, sono davanti agli occhi di tutti: è il momento di sviluppare alternative concrete alle politiche esistenti.

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